Prima di partire si cerca di organizzare lo scambio al meglio. Ma a volte l'imprevisto è dietro l'angolo e il viaggio si trasforma in un'odissea. Come quella vissuta da Fiorella, decisa a trascorrere il capodanno in una New York paralizzata per giorni da una bufera di neve.
Il racconto di Fiorella...
Per il viaggio di capodanno 2011 avevamo deciso di andare a Madrid.
Come al solito, verso la metà di ottobre, abbiamo cominciato a mandare e-mail con la nostra proposta di scambio. I madrileni, devo dire, sono stati davvero gentili, ci hanno risposto tutti, con delle mail molto carine, si sono profusi in complimenti per la bellezza di Roma, ci hanno augurato buona fortuna per il nostro scambio, ma... erano dispiaciuti di non poter accettare la nostra proposta.
Insomma dopo quasi un mese di tentativi ci ritrovavamo al punto di partenza e la situazione stava diventando preoccupante.
Una mattina accendo il computer, sperando ancora in una risposta positiva da Madrid e invece trovo la proposta di una giovane coppia di Manhattan che cerca uno scambio simultaneo per le nostre date. Francamente sul momento rimango interdetta. Certo New York è uno di quei posti dove, prima o poi, abbiamo in programma di andare. Però, boh? Non sono sicura di volerlo fare adesso. Comunque prendo tempo, decido di non rispondere subito. La sera ne discutiamo in famiglia e “sì, ci piacerebbe però è complicato e costoso” e poi ci chiediamo se vale la pena di affrontare un viaggio così lungo per poco più di una settimana.
Passano sei giorni, senza che riusciamo a prendere una decisione. Nel frattempo da Madrid arrivano anche le ultime risposte negative. Credo che a questo punto la soluzione spagnola sia esaurita. Una sera, verso mezzanotte, senza dire niente a nessuno, decido di rispondere a Caryl, la newyorkese. Lo faccio più che altro per scrupolo, perché sono quasi sicura che in una settimana la signora avrà già trovato lo scambio romano. Invece, la mattina dopo, mi arriva la risposta affermativa. Come al solito parte una fitta corrispondenza, sistemiamo le date, ci accordiamo su tutto e partono gli agreement. Questa volta i nostri contatti sono avvenuti anche via Skype. Ci siamo sentiti e visti con la web cam.
Wow è stato divertente.
Così il 26 dicembre 2010, dopo aver consegnato, il giorno prima, casa nostra agli americani, alle 4.45 con il cielo ancora nero sulle nostre teste, aspetto insieme a mio marito e a mio figlio la macchina che da casa di mia suocera ci porterà all'aeroporto di Fiumicino. Prima tappa Londra e poi dritti per il J.F.K. mitico aeroporto di New York. Se tutto va bene, dovremmo arrivare nel tardo pomeriggio del giorno stesso (ora locale).
Atterriamo a Londra verso le 9,30 del mattino, il volo è stato molto tranquillo e puntuale. Una volta a terra cerchiamo subito il gate dal quale parte il nostro prossimo aereo e, con pazienza, ci avviamo verso la coda per i controlli prima dell'imbarco.
Arrivati all'inizio della lunga serpentina ci accorgiamo subito che c'è qualcosa che non va. La hostess che controlla i biglietti quando legge la nostra destinazione fa una faccia contrariata, ci invita a non metterci in coda ma ad accomodarci in attesa di nuove istruzioni. Così ci troviamo seduti su scomode poltroncine in una specie di limbo fuori dall'area d'imbarco. Immediatamente nostro figlio cerca di attivare il suo inseparabile computer portatile per capire cosa sta succedendo, veniamo così a sapere che negli Stai Uniti orientali la notte precedente, c'è stata un'eccezionale tempesta di neve e che molti aeroporti della zona sono stati chiusi. Caspita, e adesso?
Dopo una mezzora la hostess ci conferma che, almeno per le prossime 24 ore, tutti i voli per N.Y. sono sospesi e ci invita a fare un'altra fila per prenotare un volo per il giorno successivo.
Perplessi e preoccupati ci avviamo dove ci viene indicato. Ci ritroviamo in fila con tante persone, molti sono italiani, e così chiacchierando, anche per allentare la tensione, piano piano arriviamo davanti al desk. Ci prenotano un volo per il giorno dopo alle undici, nel frattempo ci mandano in albergo, ovviamente, spesati di tutto. Così, invece di volare sopra l'Atlantico, ci ritroviamo, verso mezzogiorno, scaricati da un pulmino davanti ad un grande scatolone di cemento, sul quale c'è scritto Hotel, situato ai bordi dell'aeroporto. Entriamo in un atrio enorme e semi vuoto dove divanetti e poltrone sparsi qua e là sembrano galleggiare in un mare di moquette verde alghe marce. Per fortune l'odore non è incluso.
L'illuminazione è del tutto insufficiente e conferisce all'ambiente un'aria cupa. Dopo l'assegnazione della stanza che ci viene fatta da una ragazza polacca che sembra uscita da un film di Ken Loach, ci avviamo ai piani superiori. Finalmente entriamo nella nostra camera. Questa volta lo spazio è sorprendentemente piccolo, ma pulito e razionale. Comunque, possiamo liberarci dei nostri bagagli e, dopo esserci dati una rinfrescata, scendere a pranzo. La sala è assolutamente spartana o basic, come dicono gli inglesi. Ai tavoli vicini riconosciamo tante facce già viste in aeroporto, tutti hanno un'aria triste e smarrita tipo che ci faccio qui?
Per quanto riguarda il cibo diciamo che non aiuta a sollevare l'umore. Dopo pranzo io propongo di andare a fare un giro a Londra, ma al colmo della sfiga, scopriamo che c'è sciopero della metropolitana. Non è possibile, comincio seriamente a pensare che qualcuno ce la sta a' tirà, come dicono a Roma. Assolutamente sconsolati ed esausti, decidiamo di approfittare del letto che ci sembra il luogo più accogliente che abbiamo a disposizione, così trascorriamo la prima parte del pomeriggio dormendo.
Quando ci svegliamo, devo dire più lucidi, ormai fuori è buio e non ci resta che guardare la CNN, dal televisore in camera, per cercare di capire cosa sta succedendo negli States. Ai nostri occhi appaiono immagini apocalittiche: New York e altre città della zona, sono completamente invase dalla neve e, addirittura, sconsigliano alle persone di uscire di casa. C'è stata una vera e propria tempesta, snow storm. erano 35 anni che non succedeva. Naturalmente, di riaprire gli aeroporti non se ne parla, anche perché, nelle prossime ore, sono previste ulteriori nevicate.
Immediatamente ci rendiamo conto che, molto probabilmente, non partiremo nemmeno domani. A questo punto è necessaria una riunione di famiglia per decidere cosa fare. Concordiamo tutti su un punto: non vogliamo trascorrere un'altra notte in questo albergo tristissimo dove ci sta venendo la sindrome da 'profughi della vacanze'.
Per carità, la compagnia aerea è stata correttissima a pagarci l'albergo, onore agli inglesi. Ma questo posto è davvero deprimente, il cibo è al limite del commestibile, dalle finestre vediamo e sentiamo gli aerei, Londra è lontana e scomoda da raggiungere, non ha senso rimanere qui. Le altre alternative sono: cercare di raggiungere comunque gli Stati Uniti, e poi magari arrivare a destinazione con un volo interno o magari anche un treno o un autobus, oppure lasciar perdere tutto e tornare a Roma.
E' una decisione difficile e tormentata. Mio marito è il più scoraggiato, Io opterei per tentare e andare avanti, anche perché noi a Roma una casa non ce l'abbiamo più. Fino al 6 gennaio, dovremmo arrangiarci a casa di mia suocera, oppure dividere casa nostra con gli americani. Entrambe le alternative ci sembrano poco praticabili. E poi mio figlio che ha riposto molte aspettative in questo viaggio, al punto da rinunciare a trascorrere Capodanno con la sua ragazza e i suoi amici per venire con noi, o meglio, per visitare New York. Assolutamente non voglio e non posso dargli un messaggio di sconfitta.
A vent'anni bisogna imparare che non ci si può arrendere alle prime difficoltà, bisogna essere determinati e andare avanti. Insomma, noi siamo la generazione di hasta la victoria, siempre! Con una votazione di due contro uno, decidiamo che domattina torneremo all'aeroporto decisi, in qualunque modo, a volare verso la meta. Così, per la seconda mattina di seguito siamo di nuovo pronti per partire, determinati a proseguire. Il copione si ripete, stiamo di nuovo in fila con i nostri bagagli, in mezzo a tante persone che hanno il nostro stesso problema.
Di nuovo incontriamo tanti italiani, e veniamo a sapere che l'aeroporto aperto più vicino alla nostra meta è Chicago. Vicino si fa per dire, circa 900 miglia, più o meno come Palermo Milano, ma sentiamo dire che ci sono treni veloci che in 6 ore dovrebbero portarci a destinazione. OK adesso abbiamo in tasca tre biglietti aerei per Chicago.
Questa volta il volo è tutt'altro che tranquillo, sull'Atlantico c'è tempesta. Probabilmente la perturbazione si sta spostando verso l' Europa e noi ci siamo in mezzo. L'aereo sussulta, perde quota, poi risale, vibra e ci sbatacchia abbondantemente. Personalmente, resisto abbastanza bene al mal d'aereo, confesso però che rimanere tranquilli quando la perturbazione va avanti per tre ore di seguito, non è facile. Intorno a me succede di tutto: le povere hostess corrono portando sacchetti ora vuoti ora pieni, i rumori e ahimè anche gli odori non sono dei migliori. Una persona si sente male e chiedono se a bordo c'è un medico. La mia famiglia cerca di riposare. Io, invece, che proprio a dormire non ci riesco, provo a isolarmi con le mie cuffiette, immergendomi nella visione di un film.
Quando arriviamo, anche se è un rituale che non mi piace, confesso che questa volta partecipo all'applauso per l'atterraggio con entusiasmo.
Ora locale 17,15, bene abbiamo tutto il pomeriggio per organizzarci. Ancora una volta ci immergiamo nel flusso di passeggeri che cercano di entrare nell'aeroporto. Impossibile perdersi tutti vanno nella stessa direzione.
Così arriviamo al rito del “Welcome to USA” Due ore e mezzo di fila in piedi in una serpentina infinita, e poi... - Chi sei, fammi vedere il passaporto, dove vai, fammi vedere l'indirizzo, quanto resti, fammi vedere i biglietti aerei del ritorno, che sei venuto a fare e finalmente metti la mano qui, ora l'altra, mettiti davanti alla macchina e flash è fatta, buone vacanze, avanti il prossimo. - Tutto questo naturalmente in inglese, e se non lo sai devono chiamare l'interprete con ulteriore perdita di tempo.
Nel frattempo sono quasi le otto di sera, arriviamo in un aeroporto quasi deserto, molti sportelli sono chiusi non c'è nessuno a cui chiedere. Sono molto stanca, mio marito e mio figlio mi lanciano sguardi carichi di aspettative, comincio a vacillare. Ma è solo un momento, cerco di riprendermi e vado a chiedere a un signore in divisa, lui ci indirizza due piani più sopra agli uffici della nostra compagnia aerea. Qui riceviamo due notizie una buona e una cattiva: abbiamo il biglietto aereo pagato fino a NY, cosa di cui non eravamo affatto sicuri, MA... sembra che il primo volo utile sia il PRIMO GENNAIO (cioè tra 5 giorni).
Dato che naturalmente tutta la conversazione si svolge in inglese, faccio finta di non aver capito e richiedo. January the first le parole rimbombano inequivocabili nella mia tasta come una condanna anzi, una sconfitta, insopportabile. Ci guardiamo tra noi ma non accenniamo ad andarcene, no, davvero, proprio non riusciamo a muoverci. Comincio a pensare che ho sbagliato tutto, che forse era meglio tornare a Roma, sento che stanno per uscire lacrime dai miei occhi. La signora nera davanti al suo desk, sembra partecipare alla nostra delusione, e, per darsi un tono, continua a digitare sul suo computer.
Mi guardo intorno nel tentativo di farmi venire qualche idea, quando vedo alcuni giovani che corrono verso di noi sventolando i loro documenti di viaggio.
- Dai, correte, sbrigatevi che perdiamo l'aereo! - urla il primo incitando gli altri a raggiungerlo e consegna le carte alla signora.
- Siete italiani, scusate e dove andate? - non posso fare a meno di chiedere.
- A New York!!”
- Cosaaa?-
Intanto la hostess ha chiamato una collega perchè l'aiuti con il disbrigo dei documenti. I ragazzi italiani non mi danno più retta, impegnati come sono con le loro operazioni d'imbarco. Rapidi come sono comparsi, spariscono. Francamente, non sono molto religiosa, ma sono quasi sicura che siano angeli. Immediatamente dopo sempre la simpatica signora si rivolge a noi con un gran sorriso e ci chiede Siete tre vero? E avete solo bagagli a mano?
Senza capire rispondo meccanicamente di sì, lei digita ancora un po' e... Bene, allora, questi sono i vostri biglietti partite subito ci comunica visibilmente soddisfatta. Wow adesso dobbiamo sbrigarci: imbocchiamo un lunghissimo corridoio e, inseguiti dal fracasso delle rotelle dei nostri trolley, corriamo in ordine sparso. Mio figlio è in testa, inseguito da mio marito io cerco di stargli dietro ma resto distanziata, comunque non mollo. Un minuto dopo che sono riuscita a sedermi nell'aereo crollo addormentata di schianto.
Mi sveglio circa due ore più tardi e dal finestrino vedo solo bianco. Forse siamo ancora sulle nuvole, penso. No, l'aereo è fermo e i passeggeri si stanno organizzando per scendere. Quel bianco è neve, tantissima neve illuminata dai fari di molti mezzi che stanno cercando febbrilmente di sgombrare le piste. Quando alla fine tocchiamo il suolo di New York mi sento, anzi ci sentiamo, davvero soddisfatta. C'è ancora un'ultima fatica: prendere un mezzo che ci porterà a destinazione. Seguendo le frecce, ci troviamo alla stazione dei taxi. Davanti a noi c'è solo una strada ghiacciata in mezzo ad alti muri di neve.
Ci rendiamo conto dell'eccezionalità della situazione, probabilmente siamo il primo aereo che è atterrato dopo tre giorni di chiusura totale; di taxi nemmeno l'ombra. Insieme a noi ci sono solo pochissime persone, dopo un po' arrivano dei macchinoni neri parecchio malconci, guidati da dei grossi uomini neri. Curioso penso, ci sono i tassisti abusivi anche qui. Si propongono di accompagnarci ma chiedono cifre folli. Decidiamo di aspettare ancora, dopo un po' ecco arrivare i taxi gialli, quelli autentici, di cinematografica memoria.
- Yes, Manhattan, Upper West Side 124, 73rd street - dico al tassista con aria compiaciuta. Mi sistemo sul sedile anteriore del taxi e comincio a guardarmi intorno.
Ora, la nostra vacanza può cominciare.
IN MERITO ALLA CASA INVECE....
NY è sicuramente una città molto interessante, varia e vivace. Poi sommersa dalla neve aveva un fascino tutto particolare.
Per quanto riguarda la casa dove siamo stati, questa volta direi così così.
La cosa migliore era sicuramente l'ottima location: Upper West Side a due passi da Central Park e dal grande e spettacolare Museo di storia naturale. Molto ben collegata con la metro e con gli autobus. Situata in una strada con vecchie palazzine inizio secolo davvero carina.
L' appartamento lasciava un po' a desiderare, praticamente si trattava di un seminterrato, formato da un unico ambiente che fungeva da soggiorno e angolo (ma davvero angolo) cottura e un piccolo bagno. La camera da letto era ancora più giù, praticamente in cantina, ci si accedeva con una scala interna, per fortuna c'era un altro micro bagno.
Niente luce naturale, pochissima aria. Per carità, era anche arredato con stile, ma senza nessun criterio di utilità. Mangiare lì era un problema: nel frigo, piuttosto piccolo per gli standard americani, c'era pochissimo spazio, perché la padrona di casa l'aveva lasciato pieno di roba; cerano poche stoviglie e cucinare era piuttosto difficoltoso. Sembra che a Manhattan, non cucini nessuno. Come ci è stato confermato anche dal vicino di casa.
La gente mangia spesso fuori, oppure compra roba già pronta e se la porta a casa. Anche noi ci siamo adeguati a quest'abitudine, per fortuna che abbiamo trovato un sacco di cose buone a prezzi ragionevoli, in meravigliosi supermercati aperti fino alle 11 di sera.
Comunque noi, gente di mondo, siamo stati bene lo stesso. Diciamo che questa casa va a pari con tutte le volte che abbiamo scambiato con le ville, magari anche con piscina.
Guardando la situazione delle case in affitto per i turisti in quella zona, ci siamo resi conto che, per una settimana avremmo speso, in tre, intorno ai 1500 dollari, quindi è andata benissimo così.
Diciamo che magari tra qualche anno ci piacerebbe tornare a N.Y, in un appartamento vero.